Gli interrogativi che stanno alla base del concept di ESSERI URBANI 2021 Eterotopia gravitano attorno alla nostra capacità di percepire lo SPAZIO, interagire con esso e dargli un significato, dunque “costruire” i LUOGHI. Il cuore di questo progetto punta i riflettori sull’ambiente nel quale viviamo ogni giorno perché è a questi luoghi che affidiamo il nucleo delle identità individuali e delle comunità che li vivono, è con essi che maturiamo quell’irriducibile senso di appartenenza che lega una città ai suoi abitanti.

L’identità di un luogo, che non è mai fissa ma muta con lo scorrere del tempo animandosi dei movimenti che si verificano al suo interno e nel vasto mondo che lo circonda, è indissolubilmente legata all’esistenza di una comunità che con quel luogo interagisce: è negli spazi pubblici delle nostre città che queste interazioni si polarizzano e diventano una risorsa preziosissima, non solo per valorizzare un patrimonio comune spesso ignorato o minacciato, ma anche per creare con esso nuove sinergie. In questa prospettiva, gli spazi urbani assumono un ruolo importantissimo, fungendo da palcoscenico naturale di una dimensione relazionale che oggi sembra mancarci così tanto. 

Oltretutto, i recenti avvenimenti relativi alla diffusione pandemica del Covid-19, con il progressivo allontanamento delle persone tra loro e delle persone dai luoghi pubblici, le restrizioni e infine l’isolamento tra le mura di casa, hanno comportato un vero e proprio stravolgimento del nostro consueto rapporto con lo spazio, – certamente di quanto in questi termini ritenevamo “consueto” fino a poco tempo fa -. 

Il concetto di Eterotopia, coniato dal filosofo francese Michel Foucault negli anni Sessanta, fa riferimento a “luoghi-altri”, che si trovano -come sospesi- al di fuori di ogni luogo pur restando reali e localizzabili, “contro-spazi” fisici e mentali allo stesso tempo, che ogni società e cultura produce, quali per noi lo specchio, il cinema, la nave. Accanto alle suggestioni filosofiche, risultano altrettanto significative quelle letterarie de “Le città invisibili” di Italo Calvino; un racconto pubblicato nel 1972 eppure sempre di pungente attualità, nel quale l’autore dà forma a un mondo immaginario indimenticabile, costellato di città impossibili “fuori dallo spazio e dal tempo”, che in realtà rivelano, sotto forma di poetiche metafore, aspetti fondanti le nostre città moderne. E infine la lezione di un pensatore visionario come Aldo Rossi; la lettura “esistenziale” che il celebre architetto italiano fa dello spazio cittadino, pur incentrandosi sull’architettura, va infatti ben oltre il puro aspetto formale, si apre ad una interpretazione più problematica del rapporto tra l’uomo e lo spazio per approdare ad una vera e propria teoria dei “fatti urbani”.

L’arte, fuori dalle pareti delle gallerie, riversandosi nei luoghi pubblici e aprendosi ad un uso più emozionale e partecipato, svolge ormai da tempo un ruolo di primo piano nei processi di rigenerazione e riqualificazione urbana e di progettazione del territorio; il linguaggio dell’arte quale strumento di interpretazione della realtà ci aiuta a ristabilire i contatti con ciò che ci circonda, con la sfera emotiva, con il nostro senso critico e la nostra potenza immaginativa.

La manipolazione fantastica degli spazi urbani e la possibilità di interagire con essi, una sorta di provocazione alla visione tradizionale della realtà, punta dunque a trasformare i luoghi stessi in opere d’arte, a rimettere in circolo cose e persone dopo l’emergenza facendo la propria parte, a stimolare un dibattito che ci consenta di elaborare gli ultimi avvenimenti ripensando all’immagine della città come creazione umana.

 

Angela Conte, Direttore artistico

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