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Gli interrogativi che stanno alla base del concept di Esseri Urbani 2020 Eterotopia gravitano attorno alla nostra capacità di percepire lo SPAZIO, interagire con esso e dargli un significato, dunque “costruire” i LUOGHI. Il cuore di questo progetto punta i riflettori sull’ambiente nel quale viviamo ogni giorno perché è a questi luoghi che affidiamo il nucleo delle identità individuali e delle comunità che li vivono, è con essi che maturiamo quell’irriducibile senso di appartenenza che lega una città ai suoi abitanti. E non ci sono tuttavia solo questi ultimi nei piccoli centri della Valle d’Itria; centinaia di visitatori attraversano quegli stessi luoghi durante i mesi estivi, stabiliscono con essi rapporti di varia natura, ne diffondono e conservano un’immagine particolare, ogni volta diversa.

L’identità di un luogo, che non è mai fissa ma muta con lo scorrere del tempo, è indissolubilmente legata all’esistenza di una comunità che con quel luogo interagisce: è negli spazi pubblici delle nostre città che queste interazioni si polarizzano e diventano una risorsa preziosissima, non solo per valorizzare un patrimonio comune spesso ignorato o minacciato, ma anche per creare con esso nuove sinergie. In questa prospettiva, gli spazi urbani assumono un ruolo importantissimo, fungendo da palcoscenico naturale di una dimensione relazionale che oggi sembra mancarci così tanto. 

Non sarà azzardato sostenere che i recenti avvenimenti relativi alla diffusione pandemica del Covid-19, con il progressivo allontanamento delle persone tra loro e delle persone dai luoghi pubblici, le restrizioni e infine l’isolamento tra le mura di casa, stiano comportando un vero e proprio stravolgimento del nostro consueto rapporto con lo spazio, – certamente di quanto in questi termini ritenevamo “consueto” fino a poco tempo fa-. 

Alle immagini delle città deserte, vuote e silenziose, si contrappongono ora con una certa violenza gli spazi circoscritti delle nostre abitazioni, ricolme e brulicanti. Smaterializzatosi sotto i nostri piedi, lo spazio concreto delle nostre vite è dunque proiettato dentro noi stessi, mentre cerchiamo ogni giorno nuovi modi per condividere tutto questo grazie alla tecnologia e alle sue nuove reti. Cosa è un luogo se ci possiamo accedere solo attraverso la memoria? Che tipo di esperienza sarà tornarci dopo tanto tempo? In che modo, la mia presenza o la mia assenza, definiscono quello spazio? 

L’ANOMALIA, rappresentata dalle nuove condizioni di vita, sembra così agire come una lente distorsiva sulla realtà stessa; è quest’ultima ad apparire adesso una ETEROTOPIA, un “contro-spazio”, dove tutto è sospeso.

Alla luce della situazione attuale, ripercorrere il pensiero degli autori scelti come riferimenti ideali del Festival non può che arricchire il tema di nuove considerazioni. Il concetto di Eterotopia, coniato dal filosofo francese Michel Foucault negli anni Sessanta, fa riferimento a “luoghi-altri”, che si trovano -come sospesi- al di fuori di ogni luogo pur restando reali e localizzabili, “contro-spazi” fisici e mentali allo stesso tempo, che ogni società e cultura produce, quali per noi lo specchio, il cinema, la nave. Accanto alle suggestioni filosofiche, risultano altrettanto significative quelle letterarie de “Le città invisibili” di Italo Calvino; un racconto pubblicato nel 1972 eppure sempre di pungente attualità, nel quale l’autore dà forma a un mondo immaginario indimenticabile, costellato di città impossibili “fuori dallo spazio e dal tempo”, che in realtà rivelano, sotto forma di poetiche metafore, aspetti fondanti le nostre città moderne. E infine la lezione di un pensatore visionario come Aldo Rossi; la lettura “esistenziale” che il celebre architetto italiano fa dello spazio cittadino, pur incentrandosi sull’architettura, va infatti ben oltre il puro aspetto formale, si apre ad una interpretazione più problematica del rapporto tra l’uomo e lo spazio per approdare ad una vera e propria teoria dei “fatti urbani”.

L’arte, fuori dalle pareti delle gallerie, riversandosi nei luoghi pubblici e aprendosi ad un uso più emozionale e partecipato, svolge ormai da tempo un ruolo di primo piano nei processi di rigenerazione e riqualificazione urbana e di progettazione del territorio; in un momento come questo -a maggior ragione-, il linguaggio dell’arte quale strumento di interpretazione della realtà ci aiuta a ristabilire i contatti con ciò che ci circonda, con la sfera emotiva, con il nostro senso critico e la nostra potenza immaginativa.

La CRISI che stiamo vivendo offre sicuramente l’opportunità di ripensare ai luoghi e alle dinamiche delle nostre vite da un punto di vista che non ha precedenti, in un modo o nell’altro arricchisce il campo dell’esperienza, così come il bagaglio interiore; in un certo senso, è la crisi stessa a fornirci gli strumenti necessari per superarla, quando sarà il momento di negoziare significati, creare identità, riformulare la dimensione del singolo e quella della collettività. 

La manipolazione fantastica degli spazi urbani e la possibilità di interagire con essi, una sorta di provocazione alla visione tradizionale della realtà, punta dunque a trasformare i luoghi stessi in opere d’arte, a rimettere in circolo cose e persone dopo l’emergenza facendo la propria parte, a stimolare un dibattito che ci consenta di elaborare gli ultimi avvenimenti ripensando all’immagine della città come creazione umana.

Affidata la documentazione di questo specifico e irripetibile momento al Social Photo Contest #Oppocities, il Festival prosegue così la propria ricerca tentando di fare tesoro degli inaspettati risvolti: nella convinzione che possa essere di buon auspicio, le riflessioni che accompagnano questa edizione di Esseri Urbani si rinnovano e orientano nella prospettiva del FUTURIBILE. Cosa sta cambiando e cosa cambierà nello spazio del post virus?

 

Angela Conte, Direttore artistico