dal 19 giugno al 13 settembre 2020 a Locorotondo (BA)

L’attenzione rivolta all’ambiente nel quale viviamo ogni giorno coincide a tutti gli effetti con il cuore di questo progetto: è a questi luoghi infatti che affidiamo il nucleo delle identità individuali e delle comunità che li vivono, quell’irriducibile senso di appartenenza che lega una città ai suoi abitanti. E non ci sono tuttavia solo questi ultimi nei piccoli centri della Valle d’Itria; centinaia di visitatori attraversano quegli stessi luoghi durante i mesi estivi, stabiliscono con essi rapporti di varia natura, ne diffondono e conservano un’immagine particolare, ogni volta diversa.

L’identità di un luogo, che non è mai fissa ma muta con lo scorrere del tempo, è indissolubilmente legata all’esistenza di una comunità che con quel luogo interagisce: è negli spazi pubblici delle nostre città che queste interazioni si polarizzano e diventano una risorsa preziosissima, non solo per valorizzare un patrimonio comune spesso ignorato o minacciato, ma anche per creare con esso nuove sinergie. Si comprende così perché gli spazi urbani, palcoscenico di una dimensione relazionale che si intende portare al centro della vita cittadina e dell’intero progetto, svolgano un ruolo così importante da essere i protagonisti assoluti della seconda edizione del festival.

Nel 2020, il nostro piccolo borgo potrà nuovamente trasformarsi in un microcosmo utopico. Artisti, designer e architetti dovranno confrontarsi questa volta con un tema che riguarda più da vicino la natura e la percezione dei luoghi: l’eterotopia.

Il concetto, coniato dal filosofo francese Michel Foucault negli anni Sessanta, fa riferimento a “luoghi-altri”, che si trovano -come sospesi- al di fuori di ogni luogo pur restando reali e localizzabili, una sorta di “contro-spazi” che ogni società e cultura produce, quali per noi lo specchio, il cinema, la nave. Alle suggestioni filosofiche di Foucault, fanno poi eco quelle letterarie de “Le città invisibili” di Italo Calvino; un racconto pubblicato nel 1972 eppure sempre di pungente attualità, nel quale l’autore dà forma a un mondo immaginario indimenticabile, costellato di città impossibili “fuori dallo spazio e dal tempo”, che in realtà rivelano, sotto forma di poetiche metafore, aspetti fondanti le nostre città moderne. Come non fare tesoro allora della lezione di un pensatore visionario come Aldo Rossi; la lettura “esistenziale” che il celebre architetto italiano fa dello spazio cittadino, pur incentrandosi sull’architettura, va infatti ben oltre il puro aspetto formale, si apre ad una interpretazione più problematica del rapporto tra l’uomo e lo spazio per approdare ad una vera e propria teoria dei “fatti urbani”.

Il punto di partenza è sempre lo spazio concreto – scorci e vie che conosciamo e attraversiamo ogni giorno – ma se ne proporranno per l’occasione nuove letture, si sperimenteranno prospettive inedite che andranno ad alterare temporaneamente le sue funzioni e ne sospenderanno la tradizionale identità. È indubbio che un’interazione così diretta tra le opere e lo spazio che le ospita amplificherà anche il coinvolgimento dell’osservatore, poiché gli consentirà di stabilire a sua volta un contatto più “intimo” con l’opera: saranno insomma i luoghi stessi a divenire opere d’arte e ad offrire l’opportunità forse unica di essere vissuti secondo modalità che sono fuori dall’ordinario, diventerà possibile muoversi, sostare e agire al loro interno, creare momenti di socialità e di condivisione spontanea di esperienze.

L’arte, fuori dalle pareti delle gallerie, riversandosi nei luoghi pubblici e aprendosi ad un uso più emozionale e partecipato, svolge ormai da tempo un ruolo di primo piano nei processi di rigenerazione e riqualificazione urbana e di progettazione del territorio; strumento di grande potenza poetica, il linguaggio dell’arte si insinua così tra le architetture tipiche di Locorotondo per calare il visitatore in “luoghi-altri”, fino a quel momento impensabili, che proprio nell’evocare un altrove immaginario danno nuovo valore e significato all’esistente.

La manipolazione fantastica degli spazi urbani e la possibilità di interagire con essi, una sorta di provocazione alla visione tradizionale della realtà, punta dunque a stimolare una riflessione collettiva sulle tematiche legate all’immagine della città come creazione umana.


Angela Conte, Direttore artistico